“Kynodontas”: Il morso di un autore al quale non si può mettere il guinzaglio

Lanthimos e la sua riflessione sulla dialettica del potere autoritario

Prima ancora di approdare a Hollywood, il regista greco Yorgos Lanthimos si è fatto conoscere nei circuiti del cinema underground di tutta europa arrivando a vincere la sezione “Un certain regard” del Festival di Cannes del 2009 con Kynodontas (conosciuto anche con il titolo internazionale Dogtooth). Come in tutti i film del regista greco e nella migliore tradizione dei romanzi distopici, anche qui i sentimenti sono ridotti all’osso e non vengono date molte spiegazioni sul perché i protagonisti si trovino a dover vivere in una certa condizione.

Lanthimos, insieme al socio di mille battaglie e sceneggiature Efthymis Filippou, scrive una storia che è un’allegoria disturbante sul potere. Una storia di reclusione fisica che è anche reclusione dell’anima e della mente. La storia di una famiglia composta da un padre, una madre e tre poveri figli che vengono tenuti chiusi sin dalla nascita in una villa isolata e blindata, completamente all’oscuro di ogni aspetto del mondo esterno. La famiglia è completamente tagliata fuori dalla modernità (né telefono, né televisione: solo videocassette di filmati pre-registrati). L’unica persona che può uscire da quella villetta è il padre, ma soltanto con la macchina, perché il mondo là fuori è pericoloso e pieno di insidie. L’inevitabile desiderio dei ragazzi di uscire dalla gabbia viene tenuto a freno dai genitori attraverso regole tanto precise quanto deliranti. Una di queste dice che saranno pronti ad affrontare il mondo esterno soltanto quando cadrà loro il dente canino (il “dente di cane” del titolo). Quando queste regole vengono violate scatta la punizione fisica. L’artificiosa impalcatura si sgretolerà sempre più quando una presenza estranea verrà introdotta con mille cautele dal padre per concedere al figlio maschio di sfogare i suoi istinti sessuali.

Nonostante la tematica sia presa in prestito da “El Castillo De La Pureza” del 1973 diretto da  Arturo Ripstein ed i rimandi al mito della caverna di Platone siano ben nascosti in alcuni punti ma evidenti in altri momenti, il film che Lanthimos porta sullo schermo è sviluppato con una certa originalità di prospettiva e di stile che potremmo definire senza difficoltà “Hanekiano”: ritmo lento, dialoghi scarni e banali, macchina da presa fissa, ambientazioni spoglie ed asettiche, inquadrature geometriche che spesso tagliano la testa degli attori e grande valorizzazione espressiva e significato del fuori campo. Nessuna colonna sonora accompagna le immagini del film fotografate naturalisticamente da Thimios Bakatakis.  La macchina da presa viene adoperata come uno strumento distante e oggettivo. Lo sguardo del regista incombe come quello di un entomologo sui personaggi , vittime del loro stesso gioco.

Il film è una pellicola grottesca e surreale che ha una forte impronta metacinematografica e metalinguista. Notevole è la riflessione compiuta sulla potenza del linguaggio. La dialettica imposta dai genitori ai figli è volta principalmente a mantenere l’isolamento dal mondo esterno, ma ha ovviamente una valenza simbolica: una lingua finta per un mondo finto. Emblematico l’incipit del film che ci mostra un registratore che annuncia le parole del giorno: il mare è una poltrona di cuoio, l’autostrada è un vento molto forte e la carabina è uno splendido uccello bianco. Quasi comica anche la scena di una cena formale oltremisura in cui a tavola la figlia chiede alla madre il telefono, ricevendo invece da lei la saliera… Come direbbe Wittgenstein: «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo».

Il lungometraggio è una meditazione ironica e amara sull’inevitabile influenza dell’ambiente nello sviluppo degli individui, quindi anche un ragionamento critico su educazione, dinamiche famigliari e rapporto genitori-figli. Così la formazione diventa una de-formazione creando mostri spersonalizzati che, come creature metà uomo e metà animale della mitologia greca, sono ciò che riescono ad avere e non ciò che sono o potrebbero essere. Dentro un sistema di questo tipo vi sono solo istinti repressi e bramosia di cose futili. In questo mondo creato “ad arte”, l’individuo-animale è avido di oggetti materiali che rappresentano un mondo esterno irraggiungibile e magico. Tali oggetti devono essere ottenuti ad ogni costo e con ogni mezzo.

Kynodontas resta ancora oggi l’apice della filmografia di Lanthimos, un lavoro seminale e simbolico sul quale il regista ellenico ha costruito la sua fama. Speriamo che il greco possa generare altri capolavori una volta che si sarà scrollato di dosso alcune “scorie” che naturalmente si sono create dopo la fusione a freddo avvenuta tra il suo modo di intendere il cinema e le regole del mainstream hollywoodiano.

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