“IT FOLLOWS “

Un horror anacronistico ai tempi dei social network e della pandemia

Sui social ci avete consigliato di parlare di “It Follows” aiutandoci a scegliere, come sempre con ottimo gusto, tra diversi lungometraggi accomunati da una sottile linea rossa che in questo caso era l’attualità di pellicole horror realizzate dal 2000 in poi.

Presentato in anteprima alle 67esima edizione del Festival di Cannes nel 2014, “It Follows” è un film horror scritto e diretto dal regista americano David Robert Mitchell. Il giovane sceneggiatore e regista ha concepito il film sulla base di sogni ricorrenti che aveva in gioventù sull’essere seguito. L’idea che la maledizione si trasmettesse un tramite rapporto sessuale gli venne in mente successivamente, partendo dall’inquietante e attuale concetto di base che qualcosa di terribile e quasi invisibile si potrebbe trasferirsi tra le persone come un virus.

Un film attuale quindi non solo per la natura “virale” incarnata dal “cattivo” di turno del film ma anche per le implicazioni morali di tale “epidemia” di morti che è molto in linea con certe tematiche in auge in questa estate atipica. Gli under 30 sono i protagonisti degli articoli e dei post che troviamo sui social, sono gli “untori” designati insieme agli immigrati; e sono sempre gli adolescenti i protagonisti indiscussi di questo film estivo prodotto con un budget di 2 milioni di dollari, che ha incassato quasi 15 milioni in America. Nonostante il non straordinario successo al botteghino, il film è diventato un instant-cult osannato da tutta la critica mondiale e non solo dagli appassionati dell’horror.

Il bello dell’horror che funziona

In America sono nate decine di teorie diverse sul significato di tale testo filmico e della natura del “mostro”, segno evidente che il film oltre ad inquietare pone delle domande ambigue scavando nell’inconscio dello spettatore e radicandosi nell’immaginario collettivo di chi l’ha visto.
Il titolo stesso “It Follows” rimanda ai followers di piattaforme social come Instangram e Twitter e c’è chi ha dato una lettura del film in questo senso: il lato oscuro dei social, l’ossessività di uno sconosciuto che ti segue ovunque, la solitudine di chi trae un guadagno dalla morbosità degli stalker da tastiera e touch screen.
Quest’ultima lettura a nostro modesto parere risulta un po’ forzata ma è innegabile che, in qualche modo, questo riferimento sia stato calcolato negli uffici marketing della distribuzione o chissà anche in fase di stesura della sceneggiatura. Se questo film fosse uscito negli anni 80′ l’entità nemica presente nel film sarebbe stata la perfetta rappresentazione metaforica dell’AIDS e del clima di paranoia e isolamento che attorniavano tale tematica in quel periodo. Questo è il bello dell’horror fatto bene, l’horror che inquieta e fa pensare. Questo alone di mistero e la contemporaneità dei temi trattati hanno permesso a “It Follows” di stravincere il sondaggio che vi abbiamo proposto nella settimana di Ferragosto e che siamo felici di analizzare su questo blog.

La trama: tra teen-drama e slasher

L’incipit del film è fulminante: in un tranquillo sobborgo di una cittadina americana caratterizzate dalle classiche villette a schiera, una ragazza sembra fuggire da qualcosa di invisibile. Il mattino dopo la vediamo morta e letteralmente fatta pezzi.

Da questo momento in poi il film si concentra sulla dolce e giovane Jamie (detta Jay) che frequenta un ragazzo più grande. Quello che vediamo proiettato sullo schermo potrebbe essere accompagnato da violini o musica pop invece la musica elettronica e le pulsazioni sintetiche che accompagnano la pellicola ci lasciano pensare che sta per accadere qualcosa di terribile. Al secondo appuntamento l’affascinante e misterioso Hugh seduce finalmente la nostra protagonista e i due fanno sesso nella macchina di lui. Tutto “molto originale” ci verrebbe da dire, dov’è nascosto il killer in maschera ci domandiamo, ma l’incidente scatenante del film è proprio l’atto sessuale e il mostro si mimetizza molto bene a dire il vero. Da questo momento in poi le atmosfere teen del film vengono rinforzate con una crescente dose di inquietudine e terrore puro molto originale nonostante le sue derivazioni slasher.
Infatti a questo punto la ragazza viene addormentata dal ragazzo, poi imbavagliata, legata semi-nuda ad una sedia a rotelle e messa in mezzo alle rovine di un edificio.
Hugh spiega a Jay che attraverso il rapporto sessuale appena consumato, le è stato trasmessa una maledizione,  che come un virus si trasmette sessualmente e che prende diverse forme. Questo male è un mutaforma assassino è lento ma implacabile.
Inizia così una escalation di eventi in cui la ragazza ed i suoi amici cercano disperatamente di trovare un modo per sfuggire a questa creatura malvagia che semplicemente “ti segue”. Questa cosa orribile e pericolosa si nutre delle più recondite paure delle sue giovani vittime.

Le performance dei ragazzi della porta a canto

L’intensa performance dell’attrice Maika Monroe è uno dei punti di forza del film. La giovane interprete riesce a rendere benissimo sullo schermo la paura che attanaglia la protagonista portandoci ad empatizzare col suo personaggio.Il cast, composto da attori esordienti, è omogeneo e ben diretto.

Tra i personaggi secondari spicca Yara, amica della protagonista. Nerd mangiona e asociale che legge “L’idiota” di Dostoevskij e scorreggia come farebbe il guardiano del faro in un film di Robert Eggers.

Insieme possiamo! Forse…

La “sottotrama” del film è la storia d’amore non corrisposto che vede Paul protagonista (interpretato dal bravissimo Keir Gilchrist) amico di infanzia della jay e segretamente innamorato di lei. Questa sottotrama diventa sempre meno sommersa col passare dei minuti e ci permette di aprire una parentesi sul tema del film, il quale può essere considerato come una metafora del percorso che ogni adolescente deve compiere.

La scena finale del film è emblematica in questo senso. Il gioco del découpage inquadratura per inquadratura e i tempi del montaggio ci inquietano nonostante l’apparente conclusione positiva della trama. La messa in scena e la musica ci obbligano a pensare che “il mostro” simboleggi nelle sue mille versioni la paura e le ansie che arrivano dopo la perdita dell’innocenza e che forse questo mostro è ancora dietro di loro.

I due ragazzi si tengono per mano consapevoli (o incuranti) che forse qualcuno li sta ancora seguendo, ma questa volta, insieme, hanno trovato la forza di combattere il terrore del vivere. Adesso non sono più soli. Le scelte cromatiche dei vestiti ci suggeriscono che forse sono diventati loro stessi della stessa sostanza di cui è fatta la cosa, o peggio ancora che sono diventati loro stessi ciò che genera e rinnova le forze di tale entità. Il colore dei vestiti che indossano i ragazzi in questa scena è infatti ambiguo e a dir poco emblematico e forse anche ironico, ma dell’utilizzo dei colori in questo film ne parleremo un po’ più avanti in questo stesso articolo.

La “sessualità slasher” e il suo “aggiornamento”

Uno dei topoi del sottogenere slasher è che il sesso tra gli adolescenti sia causa di pericolo. Il sesso è anche qui portatore di conseguenze negative ma l’originalità del film sta nel rendere i rapporti sessuali veicolo esplicito di morte/maledizione e nel rendere tale implicazione fonte di riflessione sulla condizione degli adolescenti nella società contemporanea sempre più trascurati e vittime del sistema capitalistico.

In quest’ottica la sessualità, è un evento traumatico che ci catapulta nella vita adulta con tutte le sue angosce e le sue sofferenze. La sessualità è vista come peccato originale che arreca disorientamento e terrore, come la personificazione di tutti i difetti e i problemi con cui l’innocenza dell’essere umano viene inquinata con l’ingresso nell’età adulta e il passare degli anni.
Il sesso diventa corruzione dell’animo, intendiamoci non in senso moralista e puritano come per esempio accadeva negli slasher dell’america reaganiana, ma come atto obbligatorio e quindi naturale di imbastardimento della natura umana. Il problema di fondo è che in tutto questo gli adulti sono delle guide ma sono assenti e non riescono a dare uno straccio di consiglio e di appoggio agli adolescenti che sono costretti a navigare in quel mare tempestoso che è l’adolescenza.

Quella “cosa” che ti insegue e che muta (forse troppo)

Un’altro elemento molto perturbante e ispirato da “La cosa” di John Carpenter è l’incapacità dei personaggi, e di conseguenza anche dello spettatore, di riconoscere il vero aspetto di tale essere spietato che vuole uccidere i ragazzi. Il male è in grado di prendere le forme più disparate arrivando ad incarnare anche le persone più care ai personaggi per causare loro ancora più dolore e inquietudine.

Forse non si sta parlando di un capolavoro dell’horror moderno come alcuni lo hanno definito, molte sono infatti le incongruenze di alcune scelte forzate dei personaggio o in sede di sceneggiatura che in alcuni punti risulta sbrigativa, in altri punti oscura o addirittura con dei buchi neri che potevano essere risolti magari aggiungendo un po’ di minutaggio al lungometraggio. Non ci riferiamo all’indeterminatezza della natura della “cosa” ma ad alcune incongruenze nel comportamento di questa entità soprattutto nel pre-finale in piscina.

La tecnica al servizio dell’angoscia: regia furba e contemplativa + scenografia fuori dal tempo

La forza del film risiede nelle scelte registiche, nella messa in scena generale che ammicca alla critica con scelte di linguaggio cinematografico “autoriali” che tanto hanno fatto gridare al miracolo alcuni dei critici presenti a Cannes durante la prémiere del film.

Accattivante la fotografia di Mike Gioulakis che è ha molti punti d’incontro con i lavori del fotografo Gregory Crewdson. Chirurgico il montaggio di Julio Perez IV che calibra il ritmo del film e gestisce ottimamente la tensione nelle scene più terrificanti.

Anche se in modo impercettibile è stato fatto un grande lavoro sui colori: fin dalla prima scena (le scarpe della ragazza) il rosso è presente in ogni inquadratura in cui è vediamo il target sotto attacco da parte dell’entità (fatta eccezione per le scene in cui viene trasmessa la maledizione); “il mostro” è sempre vestito di colore bianco e l’utilizzo di questo colore sui vestiti di altri personaggi (vedi scena dell’ospedale) rende ancora più inquietanti alcune sequenze. Nella scena finale i due ragazzi che camminano per mano sono vestiti di bianco….

Nella regia del giovane David Robert Mitchell si percepiscono le influenze di John Carpenter, Roman Polanski, Wes Craven,  Stanley Kubrick, David Cronenberg, Don Siegel e molti altri ma è ancora più evidente l’ascendente di due registi su tutti: di Gus Van Sant nelle lente panoramiche a 360 gradi che diventano delle lo sguardo del pubblico sempre più curioso e impaurito, altri rimandi a Van Sant e Kubrick sono le lente carrellate geometriche a precedere e seguire dei personaggi che camminano nei corridoi di edifici pubblici (“Elephant” e “Shining”); di David Lynch vediamo riprese l’ossessione per i poteri sovrannaturali dell’elettricità, l’utilizzo perturbante del del brutto e dello strano, la scelta di ricercare dell’oscurità che si nasconde tra le pieghe del sogno americano. Entrambi questi registi sono caratterizzati dalla tendenza a rendere il ritmo del film lento e implacabile e dall’uso spiazzante e misterioso del fuori campo, proprio come cerca di fare Mitchel in questo film.

In alcune scene l’uso come dicevamo di lunghi piani sequenza spesso su supporto fisso (panoramiche orizzontali) o su carrelli “invisibili” affiancato all’utilizzo di ottiche grandangolari (la maggior parte del film è girato con un obiettivo da 18 mm) rende l’esperienza visiva totalizzate.
L’elevata profondità di campo e i vasti spazi sondati dall’occhio della camera da presa portano lo spettatore a cercare l’intruso, a chiedersi da dove può provenire “colui o colei che segue”. L’utilizzo delle lente zoommate, invece, vuole rendere l’idea di accerchiamento esacerbando la sensazione di crescente claustrofobia guidata dalla colonna sonora e dalla scelta registica di non mostrare sempre ciò che lo spettatore vorrebbe indagare per capire la provenienza e la natura del pericolo.

Durante il film si prova una sensazione di continuo déjà-vu e spaesamento tipico dell’età adolescenziale, a tale bolla emotivo-sensoriale contribuisce la musica di Rich Vreeland, in arte Disasterpeace, il quale ha ammesso di essersi ispirato non soltanto alle note del regista e compositore John Carpenter, ma anche a quelle realizzate dai Goblin per i film di Dario Argento.

All’atmosfera vintage e sognante creata dalla musica si somma anche il lavoro fatto dallo scenografo Michael Perry che ha creato un cortocircuito spaziotemporale tipico dei sogni mischiando le carte per quanto riguarda provenienza temporale dei vari oggetti di scena. Non vi è infatti alcuna indicazione sul periodo storico in cui la storia si svolge.

Queste continue anacronie: auto e oggetti vintage come ad esempio televisori a tubo catodico con schermi CRT che usano i personaggi guardando film in bianco e nero sono affiancati dall’utilizzo di oggetti e tecnologie dei giorni nostri (Yara possiede un dispositivo mobile che sembra una conchiglia ma che è semplice un e-reader), tutto ciò crea una sorta di “dimensione parallela” dal gusto tutto post-moderno.

A proposito di questa citazionismo furbo ma anche onesto intellettualmente e maturo, sono emblematiche le parole che ha scritto Daniele Cassandro su Internazionale: «[…] C’è anche una scena notturna tra fulmini e saette. È tutto scontato, ma ogni cliché di genere è come falsato, decontestualizzato. È come se David Robert Michell avesse smontato un film dell’orrore e avesse messo ogni suo tassello narrativo in una teca di cristallo o su un piedistallo. Con tanto di didascalia. Un po’ come Marcel Duchamp ha fatto con la ruota di bicicletta o con l’orinatoio. Sono tutti elementi familiari, ma li vediamo sotto una luce nuova, strana e decisamente inquietante».

L’horror vacui

Questa atmosfera di indeterminatezza e ambiguità, la scelta dell’ambientazione anonima (il film è stato girato in Michigan, in una tipologia di luoghi tipici del filone slasher dell’horror americano anni 80′ e 90′) non sono per niente casuali e inquadrabili in quel recente filone modaiolo e opportunista del revival degli anni Ottanta che caratterizza le produzioni di numerosi blockbusters-horror e serie TV per adolescenti, ma sono da ricondurre ad un intento più “autoriale” con una funzione che potremmo definire “tematica”.

Tali scelte ci fanno pensare che il regista non abbia compiuto un semplice esercizio di stile, ma abbia voluto rendere il film più universale possibile per sottolineare la natura del tema da lui trattato. Il secondo film di David Robert Mitchell, sembra suggerire una riflessione sui giovani e il loro percorso all’interno di un ecosistema prettamente urbano e borghese in continuo disfacimento. La paura dell’arrivo imminente di “colui che segue” è stata letta da molti come metafora dell’horror vacui provato di fronte alla consapevolezza che l’arrivo della morte sia ineluttabile. L’adolescenza come bosco magico e orrorifico, pieno di insidie in cui gli adulti sono la causa e poi la naturale conseguenza del problema ma che sono però inutili nel percorso di vita di questi giovani perduti. Gli adulti, che nel film sono appunto inefficaci e invisibili, rimangono delle ombre oscure che riguardano più il passato dei nostri personaggi. Tutto ciò ci lascia un’angoscia più esistenziale diversa da quella che ci lascerebbe un semplice slasher. Perchè la paura in “It Follows” non nasce dal semplice jump scare ma dall’inarrestabile crescendo di inquietudine che viene nel guardarsi in torno spaesati sentendo sulle spalle il peso delle proprie scelte. Dall’agghiacciante consapevolezza che vaghiamo senza una meta definita senza sapere come e quando la morte deciderà di saltarci addosso dopo averci seguito fin dall’inizio.

Come legge Jara citando “L’idiota” dal suo e-book nel letto d’ospedale, durante la scena d’intermezzo tra il pre-finale e il vero finale: «Pensate alla tortura: ci sono sofferenze e ferite, c’è il tormento fisico, e tutto questo dovrebbe distrarre dalle sofferenza dell’anima perché si soffre soltanto dalle ferite fino a che non si muore. Ma il dolore essenziale non è affatto quello delle ferite, è il sapere con certezza che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi adesso, ecco proprio ora, l’anima vola via dal corpo e tu come persone non esisterai più, e questo ormai con certezza. La cosa più importante, ecco, è questa la certezza».

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